Questo è il mio corpo

Di Sindiwe Magona.
Recensione a cura di Carmen Viccaro

Beauty, una giovane donna sudafricana, contagiata dal marito, muore di aids. Pochi giorni prima di morire, lascia un compito alle sue amiche del cuore, con un filo di voce dirà loro “vivete!” Nell’animo delle quattro amiche rimaste prenderanno corpo mille emozioni, dolore, sconforto, rabbia, ribellione che scientemente si tradurranno in comportamenti oppositivi ad uno status quo che, in Sudafrica, paese con il più alto tasso mondiale di sieropositivi, pone le donne all’ultimo gradino della scala sociale. È un romanzo duro, toccante che ha il coraggio della denuncia: contro le istituzioni, inefficaci e superficiali nella lotta all’aids, che non favoriscono la diffusione dei farmaci antiretrovirali, la chiesa che demonizza la sessualità e la cultura che, con i suoi tabù, rende ancora più difficile la cura impedendo di parlare apertamente del problema. Proprio la cultura viene individuata come il nemico peggiore, perché consente e favorisce la supremazia maschile in virtù della quale gli uomini rifiutano l’uso del preservativo e ostentano comportamenti sessuali irresponsabili, promiscui, e perché, dopo anni di apartheid, non ha la minima capacità di critica nei confronti della politica dei neri. Le quattro donne decidono di “partire da sé”; nel loro piccolo, nel loro quotidiano cominciano a rivendicare il diritto al rispetto, alla vita, ad un sessualità sicura: pagheranno tutte, chi più chi meno, un prezzo alto. È un bel romanzo, un omaggio coraggioso a coloro che non aspettano che siano sempre gli altri a muoversi ed a fare qualcosa. Mi piace chiudere con le parole iniziali del romanzo: Dio sapeva che la donna africana avrebbe vissuto tempi duri, durissimi. Ecco perché le donò una pelle resistente come Madre Terra stessa. Le diede una pelle dura, senza tempo, affinché il dolore non le si leggesse in viso; affinché quel viso non diventasse una mappa del suo cuore straziato e squarciato.

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